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venerdì 15 ottobre 2010

A VOLTE BASTA ESSERE ASCOLTATI

A volte no, ma comunque aiuta. (Questo è un post molto lungo, ma è venuto così! Non lo sapevo prima di iniziare a scrivere...)
Dall'inizio: sabato mattina mi sveglio, accendo il telefonino e trovo un messaggio della Beba. La Beba è il mio capo, il mio datore di lavoro. In realtà è una ragazza (cioè, troppo vecchia per essere una ragazza, ma troppo giovane per essere una signora) di cui ormai sono diventato amico, che quando ha bisogno mi chiama per farmi fare qualche lavoretto. Spesso, mi chiama e mi chiede di raggiungerla pochi minuti dopo.
Sabato mattina il messaggio era: "Lavori un'ora/due in ufficio a fare telefonate?". Io ho questo problema che sono un ingenuo, e quando mi dice così le credo ancora. Allora mi alzo dal letto, faccio colazione, le rispondo che ok, adesso mi preparo arrivo e mi dirigo in bicicletta verso l'ufficio. Il primo inconveniente è il freddo: c'è un filo di sole ma la temperatura non arriva ai 13 gradi, e il venticello gelido mi fa immediatamente rimpiangere il calduccio del mio piumone.
Appena arrivo, capisco che "un'ora/due" era un tempo casuale e assolutamente irrealistico: in teoria, devo fare 980 telefonate. Il lunedì successivo, alla fondazione Maugeri c'è la giornata della senologia: l'evento è organizzato dalla Beba e sono state invitate anche queste 980 signore che hanno avuto un tumore al seno e sono state in cura appunto alla Maugeri. Alla conferenza interviene anche Umberto Veronesi, mica fuffa, e poi c'è una specie di pranzo/rinfresco offerto. Beh queste 980 signore hanno ricevuto un invito scritto a casa, ma adesso bisogna chiamarle per chiedere loro se intendono partecipare. Armato di buona volontà inizio a comporre numeri sul cordless dell'ufficio. Mi rispondono per lo più signore con più di 80 anni che dicono di non poter venire per i più svariati motivi: il marito che non si alza dal letto, la gamba ingessata, la febbre, la dialisi, la distanza eccessiva. In poche dicono di voler partecipare.

Ma non è questo il punto.

La prima cosa che mi colpisce è la gioia di queste persone quando dico che chiamo da parte della fondazione Maugeri: per loro, è il posto dove sono
rinate. Hanno scoperto di avere un tumore, la tragedia e la morte d'un tratto si sono affacciate nella loro vita, e poi sono guarite: e la riconoscenza che hanno verso chi ha reso possibile ciò è qualcosa di straordinario, qualcosa che non si può capire se non si sente la voce di queste donne anziane, che un giorno sono cadute nella depressione più profonda e il giorno dopo sono tornate a vivere. Come per miracolo. Nella voce, si sentono gli occhi brillare. Una signora, addirittura, mi come mi chiamo, chi sono, e quando le rispondo che faccio semplicemente parte della segreteria organizzativa per un attimo ci rimane male: poi ci ripensa e ringrazia anche me, che ovviamente non c'entro niente, talmente sente il bisogno di esprimere la sua gioia e la sua gratitudine.

L'altra cosa che mi sorprende - ed ecco finalmente spiegato il titolo - è il bisogno di essere ascoltate che molte di queste donne hanno. Digito un numero, mi presento e chiedo alla signora anziana che risponde se intende partecipare alla giornata della senologia di lunedì: non può. Lei ha 78 anni e la settimana prima si è rotta una vertebra: adesso non si può alzare dal letto, se non con il busto. E si alza solo per andare in bagno. O per cucinare. Mentre mi parla, infatti, sta cucinando, poi mangia un boccone, poi si toglie di nuovo il busto e si rimette a letto. Mi chiede se capisco che cosa voglia dire avere 78 anni e non poter uscire di casa. Le rispondo che faccio fatica a capire, ma che mi dispiace. Mi dice che dispiace più a lei: che sarebbe venuta molto volentieri a sentire la conferenza, che per lei Umberto Veronesi dovrebbero farlo santo, mica Wojtyla, che quello di miracoli non ne mica fatti, lo sa? - e si arrabbia un po'. Mi verrebbe da dirle che la vado a prendere a Vercelli e la porto io. E invece le dico che guarirà e che potrà di nuovo uscire di casa. Lei fa una piccola risata e mi ringrazia.
Digito un altro numero. Mi risponde una signora urlando. Ripeto le solite frasi - buongiorno - è invitata - lunedì - partecipare? - etc. La signora tace qualche secondo, poi rinizia a parlare prima ancora che finisca io. Anzi, a urlare. Mi grida che non capisce niente, lei. Che proprio non riesce a capire niente. Dice di mettere giù, poi cambia idea e mi dice di aspettare. Aspetto tre minuti. Mi urla chi è? Io le rispondo e lei mi dice che non sente. Allora chiama il figlio, o il marito, non so: un certo Giovanni. Ma non le risponde nessuno. A un certo punto metto giù. Subito dopo penso a quanto sia potuta rimanere quella signora a urlare al telefono: se non riusciva a sentire me che parlavo con voce molto alta, dubito che abbia sentito il bip bip di quando ho appeso...
Ma la scena più bella è un'altra. Dall'inizio: intende partecipare lunedì alla giornata della senologia? Chiedo io. Oh signur, aspetti aspetti aspetti. Cos'è sta roba? Ah sì avevo letto da qualche parte ma dove l'ho messo? Dove l'ho messo? Eh? - Non lo so, signora mi dispiace. - Ma non parlavo con lei! Ma dove dove dove? Ah ecco sì sì sì lunedì alle dieci e trenta ma sa che non ci ho mica pensato perché mi arrivano queste cose e poi io non so e poi mi dico devo chiedere a mio marito e poi mi dico non so se mio figlio mi può accompagnare e lei sa mica se mio figlio lavora il lunedì mattina? E io sto zitto, no? Starà parlando a qualcun altro. Ma lei insiste: allora, lei sa se lavora? no perché in questi negozi non si capisce più niente perché prima non lavoravano ed erano sempre chiusi e adesso chi lo sa aspetti che glielo chiedo, se lo trovo che non capisco mai dove sta quello se di qua o di là.
Aspetto. Mi dico, sarà al massimo nell'altra stanza. Sento un rumore strano. Rimango lì. Poi sento la voce di questa signora, un po' in lontananza, che parla e dice allora lunedì mi porti o no? come dove ma sì c'è all'ospedale quella cosa là che ti avevo parlato e non sapevo ma adesso questi qua mi hanno chiamato e io devo dire se mi ci porti o no, e poi non ho capito se mi porti la Nicoletta e il Luigi a mangiare a pranzo da me dopo scuola perché se no puoi portarmi là che inizia alle dieci e mezza e poi mi lasci che al massimo torno con la Giuseppina che lei l'ho incontrata l'altro giorno al mercato e mi ha detto che sì di sicuro veniva e lei guida sempre e abita qua vicino però non posso andare con lei perché prima lei ha sempre la fisioterapia il lunedì mattina, sai?

Dopo qualche istante chiude il telefonino con cui ha chiamato il figlio, riprende la conversazione con me e dice che sì, lunedì ci sarà. Non vedo l'ora di conoscerla di persona, le dico io.

giovedì 23 settembre 2010

UN'ETA'... DIFFICILE

Ho un problema. Ogni volta che dico quanti anni ho la gente mi guarda incredula. Oppure ogni volta che qualcuno stima la mia età, sbaglia di un paio di decenni. Eppure non sono, che ne so, uno di quei diciottenni già senza capelli, o uno di quei trentenni con la faccia da bambino e le Bull Boys ai piedi. Non sono neanche uno di quei ragazzini appena usciti dal liceo che vanno in giro in giacca e pantaloni eleganti, e non ho neanche un capello bianco in testa.
Mi vesto in t-shirt e scarpe da ginnastica. Frequento gente della mia età e anche gente più giovane. Eppure ho questo problema: tutti (quasi tutti) mi pensano molto più vecchio di quanto non sia.

Già qualche anno fa, per esempio, succedeva che andassi in giro con mio fratello, di otto anni più vecchio di me, e che qualcuno ci chiedesse chi dei due fosse il maggiore. Ma fin lì... al massimo pensi: forse io dimostro un paio d'anni in più, mio fratello un paio d'anni in meno...
Il vero evento traumatico è avvenuto qualche mese fa, a una cassa dell'Esselunga. Spedito da mia madre a far la spesa, arrivo bel bello alla suddetta cassa con il mio carrello, vestito con un paio di pantaloncini da tennis più t-shirt usata anche come pigiama, o al massimo per fare allenamento: insomma, non un abbigliamento da quarantenne, così a occhio.
La cassiera fa passare tutto ciò che ho comprato e mi chiede se ho la Fidaty Card: annuisco e gliela passo. Non contenta, sbircia nel mio carrello e nota che ho un sacchetto di plastica giallo, non di quelli usa-e-getta che ti danno al momento, ma uno più grande e robusto, sempre dell'Esselunga, da tenere e riutilizzare (una qualche cazzata pseudo-ecologista di mia mamma).
"Per caso ha già fatto mettere il bollino sul sacchetto?"
"..." La guardo perplesso.
"Sì," mi spiega lei, "se fa mettere il bollino sul sacchetto ogni volta che lo riutilizza per fare la spesa le regaliamo dei punti fragola in più!"
"Boh..."
Al che la signorina si alza, fruga un po' nel carrello, nota con un assolutamente immotivato entusiasmo la presenza di uno strano bollino blu ed esclama: "Ma sì che c'è! L'avrà messo sua moglie!"

Ci ho messo mesi prima di riuscire a mettere di nuovo piede in quel supermercato -.-'

sabato 21 agosto 2010

AGOSTO PAVESE

L'agosto pavese, si sa, non è ha niente di invidiabile. Non c'entra niente con il ferragosto a Porto Cervo o il capodanno a Cortina. L'agosto pavese, però, è un laboratorio antropologico straordinario: i casi umani che trovi in giro da queste parti e in questi giorni non li vedi da nessun'altra parte. Mi è stato immediatamente chiaro ieri quando, appena tornato dalla montagna, ho incrociato uscendo di casa uno stupendo vecchietto con quaranta centimetri di barba bianca, capelli grigi sparati in aria stile Einstein nella foto che hanno tutti in mente, occhi azzurri fuori dalle orbite, canna in bocca ma soprattutto: in sella a un Ciao di minimo minimo trent'anni fa, a 60 all'ora (che su un vecchio Ciao sono come 300 su un Mercedes), che mi supera mentre sono in macchina e mi godo questa scena senza precedenti.
L'altro leitmotiv di questi pochi giorni di permanenza nel profondo della Pianura Padana è stato l'essere trattato malissimo (senza motivo) nel tentare di svolgere banali commissioni. Stanco e un po' annoiato, ieri sera mi reco all'Esselunga a fare la spesa: vago senza meta tra gli scaffali, peraltro dimenticando di comprare ciò per cui in teoria ero uscito di casa, il latte, e poi mi dirigo verso l'unica cassa senza fila, e con estrema pazienza attendo che la cassiera finisca di parlare con la sua collega. Cinque minuti dopo, questa si zittisce di colpo, si gira verso di me, io le faccio un gran sorriso, la saluto e lei mi lancia un'occhiataccia, che negli occhi c'era proprio scritto che le stavo rompendo il cazzo, e manco mi risponde: interrompe il suo silenzio assoluto solo per comunicarmi "22 euro e 40 centesimi - mi ha detto che non ha la Fidaty vero?" - "no, in realtà ce l'ho..." rispondo mortificato con la faccia da cucciolo di labrador bastonato - "eh ma che cosa le costava darmela prima? Allora sono 20 euro e 70 centesimi. Non è che per caso ha anche la tessera del parcheggio e non se lo ricorda?".
Che poi, io ho messo gli spazi per comodità: ma le cassiere non sanno mica che cosa sono gli spazi, loro parlano senza. A essere fedele dovevo scrivere qualcosa come ehmachecosalecostavadarmelaprima? Respirano solo quando cambiano cliente, immagino. Perché quando smettono di parlare con te riattaccano con l'altra cassiera seduta dietro di loro, ma in mezzo non ci mettono niente che te lo possa far capire, e manco si sognano di girare la testa: ti stanno ancora guardando, o stanno guardando i cetrioli (7 kg di cetrioli che per i miracoli delle bilance fai-da-te costano 13 centesimi) e intanto parlano con quella che hanno dietro.

L'altro aneddoto sui maltrattamenti subiti riguarda la mia banca (come si chiama la mia banca? Boh! al settimo nome cambiato nel giro di tre anni ho perso l'orientamento) e la riscossione di un assegno: ma adesso mi addormento quindi forse lo racconto un'altra volta.

giovedì 12 agosto 2010

L'AMORE SE NE FOTTE

Lui alto, magrissimo, vestito elegante. Gli occhi chiari e la pelle candida. Seduto alla fermata dell'autobus a guardare il vento che soffia tra le foglie degli alberi.

Lei bassa, un abito a fiori comprato chissà quanti anni fa, i capelli raccolti sopra la testa. Gli occhi scuri e un sorriso coi denti storti che però sembra quello di un bambino.

Entrambi sono vecchi. Anzi vecchissimi, non saprei proprio dire quanto. Le loro mani deboli, brutte e nodose si stringono fortissimo -o almeno così sembra a guardarle da qualche metro di distanza.
Passa qualche secondo e lui si accorge che lei lo sta guardando. E sorride. Lui si gira e le da un bacio sulla guancia.
Un bacio in cui c'è dentro tutto l'amore del mondo.

giovedì 16 aprile 2009

VECCHI DENTRO

La giovinezza non è un periodo della vita, essa è uno stato dello spirito, un effetto della volontà, una qualità dell'immaginazione, un'intensità emotiva, una vittoria del coraggio sulla timidezza, del gusto dell'avventura sulla vita comoda.

Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni; si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale. Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l'anima.

Le preoccupazioni, le incertezze, i timori, i dispiaceri, sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra e diventare polvere prima della morte. Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia, che si domanda come un ragazzo insaziabile " e dopo?", che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.

Voi siete così giovani come la vostra fede, così vecchi come la vostra incertezza. Così giovani come la vostra fiducia in voi stessi, così vecchi come il vostro scoramento. Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi. Ricettivi di tutto ciò che è bello, buono e grande. Ricettivi al messaggio della natura, dell'uomo e dell'infinito.

Se un giorno il vostro cuore dovesse essere mosso dal pessimismo e corroso dal cinismo, possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.