sabato 4 dicembre 2010

11 settembre duemilaesempre

Sono tornata da New York, ci sono stata pochi giorni, mai abbastanza. Ho gironzolato per 6 giorni tra quelle strade straniere e un giorno, il secondo o il terzo, mi sono ritrovata a Ground Zero. Anche l'altra volta mi ero ritrovata in quel posto ma è stato diverso. C'è una zona enorme circondata da un cantiere e mille ruspe che si muovono dentro. Se ci fai un giro attorno o provi a buttare un occhio tra le grate, lo spazio non sembra poi nemmeno così grande e allora lo guardi, ti guardi un po' attorno e ti chiedi come cavolo facevano a starci li quelle due torri enormi: sembra un miracolo. L'altra cosa un po' particolare è che tutto quello che c'è attorno è perfettamente intatto, ogni palazzo, grattacielo e negozio nelle immediate vicinanze è lucido, nuovo, splendente, lì in mezzo invece no, caos. Allora noti l'enorme distacco, tutto nuovo e tutto rotto. Sono passati quasi 10 anni e volendo potevano costruire e distruggere 5 palazzi nel frattempo e invece no, li sembra tutto fermo. Sì, è vero, ci sono le gru e gli operai che si muovono, ma sembrano non far nulla, sembrano non volere andare avanti, un po' come Penelope. Forse sanno che, se anche costruiscono qualcosa di fantastico e incredibilmente moderno, non potrà mai essere come quello che c'era prima, per lo meno a livello simbolico.
Ho anche pensato bene di ficcarmi dentro una sorta di micro museo (una stanza) commemorativo. Non c'era nulla di particolare ma due cose mi hanno colpito. La prima cosa è un casco, un elmetto di quelli da pompiere, ammaccato e impolverato. Il signore che lo indossava è vivo ed è quasi considerato un eroe. E' stato strano. Quei trenta centimetri cubici di spazio erano stati realmente nell'inferno di quel giorno, non era una semplice ricostruzione, e soprattutto ne erano usciti. Non lo so, guardandolo mi è venuto un brivido lungo la schiena. La seconda cosa invece era un filmato con delle testimonianze, i parenti delle vittime e simili. Il filmato in sè non mi ha comunicato molto, ammetto, ma le persone che le stavano guardando erano attentissime e almeno la metà di loro piangeva. Ecco. Vedere quelle persone piangere ha fatto muovere qualcosa nella mia pancia. Avevano ragione a piangere, assolutamente; ma vederli davanti a uno schermo che raccontava di un fatto, di appunto quasi dieci anni fa, mi ha fatto capire, o per lo meno credere, che loro si sentono come una grande famiglia, che la loro ferita per l'accaduto è ancora aperta, forse spalancata.
In fine sono andata nella chiesetta che c'è proprio li davanti. Anche lei era piana di biglietti, peluches, oggetti vari che sono stati ritrovati tra le macerie e che sono stati messi appena dopo come "dono". Lì dentro nessuno piangeva, io ho letto qualche biglietto, mi è venuta letteralmente la pelle d'oca e sono uscita.
Forse da quando il Fatto è successo io non mi ero mai trovata a pensare a quello che realmente era accaduto, non mi ero mai resa conto di quello che potesse significare. Qualche giorno fa mi ci sono trovata in mezzo, quasi senza volerlo e ora ho come l'impressione di avere le idee più chiare.

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