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lunedì 20 dicembre 2010

La storia di Loris

Loris oggi ha 24 anni, studia scienze politiche, sta bene e questa è la storia che mi ha raccontato.
Era la sera del 9 dicembre del 1998, lui aveva 12 anni ed ha iniziato a star male. Vomitava un po', nulla di che se non il fastidio del doversi alzare e infilare la testa nel water. Al terzo viaggio camera da letto-bagno il cibo nella sua pancia è finito e la cosa si è fatta un po' più seria. Al sesto viaggio i suoi genitori hanno deciso di portarlo in pronto soccorso e il mattino successivo il nostro ragazzo è stato portato in sala operatoria. Causa del tutto un' appendicite perforata gangrenosa diffusa in peritonite, detta anche appendice esplosa con infezioni e schifo diffusi un po' ovunque. Esce dalla sala operatoria e viene ricoverato, lui sta male ma i medici continuano a dire che è una normale conseguenza dell'operazione. Mi ha raccontato di quanto quei giorni fossero stati orribili, forse i peggiori della sua vita. Lui si ricorda tutto, le persone, l'ospedale, gli odori e soprattutto il dolore; un dolore lancinante nella parte alta della pancia, quasi sul petto. Mi ha raccontato che si svegliava di notte, anche se in realtà non dormiva più di mezz'ora, urlando per il male e che ogni volta sua mamma chiamava un medico per sentirsi dire le stesse identiche parole del primo giorno. Dopo dieci giorni in questo stato, senza aver più introdotto un grammo di cibo, le sue condizioni peggiorano e ha un crollo. Decidono finalmente di fare qualche controllo e scoprono che nella sua pancia c'è un casino incredibile; il 21 dicembre lo operano d'urgenza, resta in sala operatoria 4 ore mentre sua mamma fuori è svenuta ed è pronta al peggio. I medici ogni tanto escono per aggiornarla ma le notizie non sono mai troppo buone, forse bisogna tagliare un pezzo di intestino conciato troppo male per continuare a stare lì. A volte però si è giovani e si ha troppa voglia di vivere, quindi si resiste. Si resiste a sei medici che muovono velocemente le mani dentro di te, si resiste a tutto lo schifo infetto che tu stesso hai generato, si resiste a un mese di ospedale, si resiste al dolore. Si resiste e si esce dalla sala operatoria con mille tubi in ogni parte del tuo corpo, ma si esce. E poi si ritorna a stare bene, un po' alla volta, in modo da potersi gustare ogni minimo miglioramento.
L'8 gennaio Loris è stato dimesso, non ha più avuto problemi e tutto è proseguito tranquillo.
Io per fortuna non sono mai stata né operata né ricoverata quindi non posso nemmeno immaginare cosa voglia dire stare un mese in ospedale, per di più a Natale. Non posso nemmeno immaginare cosa voglia dire essere una mamma che aspetta solo di poter parlare con un medico, che passa notte e giorno in una stanza grigia per poter stare con il suo bambino, come se anche lei fosse ricoverata.
So solo che chi mi ha raccontato questa cosa non ha dimenticato un solo minuto di quei giorni, forse qualcosa vorrà dire.

martedì 19 ottobre 2010

VI RACCONTO UNA STORIA. LA NOSTRA STORIA.

Maddy nasce a Pavia esattamente 23 anni fa, all’incirca a quest’ora. Battezzata in seguito Maria Maddalena, alla nascita è lunga 55 centimetri, come un cucciolo di orso bianco, e infatti da ci passa a fatica: uscendo un po’ goffamente, si rompe una clavicola. Pochi mesi dopo è il turno di Ale, che esce dalla pancia materna una fredda sera di gennaio: non fa in tempo a mettere fuori tutta la sua testolina spelacchiata, che subito riceve la prima cartolina della sua vita. Proviene da Courmayeur e il mittente è suo papà: Ale per tutta la vita si chiederà che cosa ci facesse suo padre a Courmayeur mentre lui tentava faticosamente di venire al mondo.

Passano alcuni anni durante i quali Ale e Maddy ignorano l’uno l’esistenza dell’altra. E viceversa. All’età di 5 anni, però, Ale inizia a giocare in una squadra di minibasket: qui incontra tanti bambini che poi diventeranno suoi amici e qua trova anche una bambina bellissima, altissima e con un mucchio infinito di riccioli biondi. Si chiama Maddalena. Lui ne è subito colpito, ma la timidezza lo tiene lontano da quell’angioletto un po’ fuori misura. Inoltre, è convinto che lei sia innamorata di un altro bambino che gioca nella loro stessa squadra. Lei invece ha notato proprio quel magrolino lì, alto e con i capelli a caschetto. Si chiama Alessandro. Un giorno, infatti, Maddy torna a casa da allenamento, prende un pennarello viola (senza sapere che Ale ha sempre odiato il viola) e disegna un grosso cuore su una pagina del suo diario. Dentro al grande cuore viola Maddy scrive solo due parole: “Basket Ale”.

Purtroppo, né lui né lei riescono però a confidarsi i propri sentimenti: in fondo, hanno solo 6 anni. Quindi i due si perdono di vista: lei frequenta una scuola di suore, ingrassa e diventa anarchica. Forse per questo motivo, quando si reincontrano nello stesso liceo, ma in classi diverse, lei va in giro con “A” cerchiate, All star e non si cambia mai i jeans. Lui nel frattempo diventa sempre più bello, fino all’età di dieci/undici anni, per poi invertire la rotta e iniziare un pesante processo di decadimento fisico tutt’ora in atto.

Ale in questo periodo gioca ancora a basket, ma si diletta anche con il tennis: il suo maestro è il papà di Maddy, ma all’inizio Ale tutto questo non lo sa. Malgrado questa fortunata coincidenza, e malgrado il fatto che si ritrovino nella stessa scuola, Ale e Maddy si salutano appena quando si incontrano nei freddi corridoi del Foscolo. Ormai piuttosto grandicelli, entrambi si innamorano per la prima volta, più o meno nello stesso periodo: lei di un ragazzo più grande e futuro medico di successo, lui di una ragazzina più piccola ma estremamente carina. Passano anni e le loro strade sembrano solo sfiorarsi di tanto in tanto, fino a quando il giorno di Pasqua del 2008 Ale, Maddy, e la loro amica Elena si mettono d’accordo per andare via qualche giorno insieme. L’amica Elena, che la sa lunga, chiede ad Ale se per caso lui e la Maddy... Insomma, non vuole rischiare di essere in una situazione un po’ imbarazzante. Ale, un po’ risentito ma anche un po’ scaramantico, assicura che tra lui e Maddy non c’è niente, e anche se ci fosse non è certo quello il momento giusto per farlo venire fuori!

Infatti i tre partono felici, e la prima sera Ale e Maddy si ritrovano nella stessa stanza. E si baciano. E si addormentano insieme nello stesso scomodo letto singolo. Un po’ stretti e un po’ abbracciati.


Quel giorno è il 21 marzo 2008 e quel giorno è iniziata tutta questa storia. Da quel giorno, lei è stata la persona di cui sono stato innamorato, ogni istante un po’ di più, mentre lei ha passato lo stesso tempo diventando sempre più bella, ogni istante un po’ di più.

Auguri amore mio.


mercoledì 11 febbraio 2009

>3< UNA STORIA

Victor nacque in una cittadina della Boemia un freddo giorno all'inizio del 1890.

Fin da ragazzo, si rivelò particolarmente brillante negli studi, ma presto lasciò l'università, accortosi che era molto più divertente provare a guadagnarsi da vivere giocando a poker e biliardo. Presto iniziò a viaggiare e, dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti, nel 1925 arrivò a Parigi, dove l'opinione pubblica discuteva animatamente sui problemi di manutenzione della Tour Eiffel. Alcuni giornali promuovevano campagne mirate allo smantellamento della Torre. Victor si procurò dei vestiti eleganti, una bombetta e dei documenti governativi, che attestavano che egli fosse un alto funzionario statale. Organizzò un incontro con trafficanti di rottami e altri uomini d'affari, e propose loro l'acquisto della Tour Eiffel: inoltre, chiese ai presenti di mantenere il segreto sull'incontro. "Segreto di Stato".
Victor individuò in Andre Poisson l'uomo giusto: gli propose un forte sconto in cambio di una piccola bustarella. L'uomo, quasi onorato dalla possibilità di concludere l'affare, accettò senza pensarci troppo su. Diede a Victor i soldi per la torre più una "mancia" ad hoc.
Victor prese i soldi, e scappò a Vienna. Ma il gioco era troppo divertente, e così ritentò il colpo con un altro venditore di rottami. Questa volta gli andò male, fu denunciato e mandato in prigione.
Victor scappò negli Stati Uniti ma venne presto imprigionato anche lì: in un carcere dell'Oklaoma conobbe un collaboratore di Al Capone, che gli permise di conoscere di persona il celebre gangster italo-americano. Victor truffò anche lui.

Poi, indeciso tra una nuotata nell'acido e un viaggetto ad Alcatraz, si fece catturare dagli agenti federali e portare nel carcere di massima sicurezza.

Victor Lustig, "The Man Who Sold the Eiffel Tower", morì di polmonite l'11 marzo 1947.

domenica 8 febbraio 2009

>2< UNA STORIA

Dice l'Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze che la cocaina è "la sostanza stimolante preferita in Europa".
Ma dato che, come è noto, essa non viene prodotta dalle nostre parti, le cronache degli ultimi cinquant'anni sono colme di storie di traffici che (soprattutto) dal Sud America portano la bianca negli Usa e in Europa.

C'è chi importa lastre di metallo per la Fiat, ci scava dentro, e le rifodera di polvere bianca. Quale solerte finanziere andrà mai a controllare i container della più amata e rispettata impresa italiana?
C'è chi produce phon in Colombia, li riempie di coca, e li porta in Italia. E questo mi sembra uno scherzo ancora più geniale che metterci la farina...
C'è chi ci riempie i chupa chupa. Chi ingoia ovuli pieni di polvere per poi andare a cercarli tra i suoi escrementi, una volta tornato a casa. Chi ci riempie le bambole e chi i cuscini.

E poi c'era Pablo. Che non aveva nessun bisogno di tutti questi stratagemmi. Quando gli ufficiali governativi provavano a controllare i suoi carichi, i suoi collaboratori rispondevano semplicemente: "plata o plomo", o accetti i soldi o muori.
Qualcuno dice che Pablo avesse instaurato un clima di terrore nel suo Paese, la Colombia: per certo si sa che svariati candidati alla presidenza furono assassinati dai suoi sicari, che alcuni incidenti aerei furono sua responsabilità, e che centinaia di morti e scomparsi nella Colombia di quegli anni avevano avuto qualcosa a che fare con lui...
Ma qualcun altro racconta che quando c'era lui in giro si stava meglio. Per molti era la versione moderna e sudamericana di Robin Hood: costruiva stadi, sponsorizzava squadre di calcio, distribuiva banconote e viveri ai disoccupati...

Quando il suo impero raggiunse l'apogeo, ormai la sua fama aveva davvero fatto il giro del mondo: nel 1989 la rivista americana Forbes stimò che Pablo fosse il settimo uomo più ricco del mondo. Prendi il patrimonio di Berlusconi, sommaci quelli di Armani e Benetton; moltiplica per 3: ecco, adesso hai un'idea dei soldi che avesse Pablo in quell'ormai lontano 1989.

Quando le cose iniziarono ad andare male, Pablo si consegnò alla giustizia colombiana. In cambio, non venne concessa l'estradizione agli Stati Uniti, e lui potè costruirsi una prigione su misura.
Si costruì una fortezza.
Da La catedral, Pablo continuava senza soluzione di continuità a gestire i suoi traffici.
Il potere incredibile di questo personaggio doveva però, prima o poi, infastidire qualcuno che stava molto in alto: nell'estate del 1992, il reparto speciale dell'Esercito degli Stati Uniti d'America noto come Delta Force iniziò una caccia all'uomo che, nell'immediato, portò all'uccisione di più di trecento affiliati e parenti di Pablo. Il nostro eroe, invece, sfuggiva a ogni tentativo di cattura. Nel corso dell'anno successivo, la Cia disseminò di cecchini la Colombia; finalmente, il 2 dicembre 1993, nel corso di una sparatoria, la guerra contro Pablo finì: cadde colpito da tre proiettili, uno dei quali si conficcò dietro il suo orecchio sinistro.

Pablo Escobar, anche noto come El Patròn o El Doctor, morì il giorno dopo il suo quarantatresimo compleanno.

giovedì 5 febbraio 2009

>1< UNA STORIA

Il 1° aprile 1897, a Marsiglia, quattro individui si recano nella sede del Banco dei pegni: uno di essi porta una fascia tricolore al petto e si presenta come commissario di polizia. Esibisce un mandato di perquisizione sostenendo che tra gli oggetti dati in garanzia ve ne siano alcuni rubati a un'anziana signora, assassinata pochi giorni prima. Il direttore del Banco si inchina all'autorità: è imbarazzato, sa di non poter escludere che vi sia della refurtiva tra gli oggetti che gli vengono portati in garanzia di prestiti ad altissimo interesse. Il commissario ordina di sprangare le porte e inizia l'inventario: per tre ore, lui e gli altri tre individui schedano tutta la merce e ne recquisiscono una buona parte.
Finita la requisizione, il commissario infila le manette al direttore e al suo impiegato e li conduce al Palazzo di Giustizia. Qui, li accompagna davanti alla porta del procuratore della Repubblica e ordina loro di attendere, mentre va a "prendere ordini". L'individuo entra nell'ufficio, vi resta qualche istante, torna fuori e togliendo le manette al direttore lo avverte: "La questione è molto grave. Attendete qui, verrà il procuratore in persona a interrogarvi."
Il direttore-usuraio e il suo impiegato rimangono ore davanti a quella porta. Quando il Palazzo di Giustizia si svuota completamente, passa l'ultimo rimasto nel palazzo, un giudice istruttore che, infuriato e in ritardo per una cena a casa di amici, li sbatte in galera rimandando tutto al giorno seguente.

La mattina dopo, dai resoconti confusionari e incoerenti dei due prigionieri, viene districata la trama della storia: il "commissario" era nientemeno che Alexandre Jacob il principe dei ladri, anarchico francese che dedica la sua vita a beffare e derubare i ricchi borghesi dando il ricavato dei suoi furti in beneficenza, e stando ben attento a non derubare coloro che ritiene utili alla società: dottori, insegnanti, scrittori.
Qualcuno l'ha poi conosciuto con il nome di Arsenio Lupin.